martedì 27 gennaio 2009

La strage degli innocenti e la memoria smemorata.


Sono passati più di duemila anni da quando Erode, a detta del Vangelo (Matteo 2,1 - 16), diede atto alla strage degli innocenti, bambini sacrificati per la sopravivenza di Gesù. Allora fu la paura di perdere il potere, la volontà di affermare la propria forza, oggi sono anche l’arroganza da intoccabili, il potere economico, ma anche l’ignoranza e l’indifferenza. Perché se a quei tempi nessuno poteva sapere oggi non ci sono scuse. Ma nulla sembra essere cambiato, nemmeno la storia sembra averci insegnato qualcosa, si fa finta di non conoscerla, non interessa, però poi si parla, si discute di argomenti di cui si ignorano gli antefatti. Così la terra gronda sangue e lacrime innocenti, 410 bambini uccisi in nome di che cosa? Di chi? Per un pezzo di terra? Per i giacimenti di gas presenti nel mare antistante la striscia di Gaza?
E sono convinto che ancora una volta nel “Giorno della memoria” ci sarà chi dirà “Mai più” e ignorerà la strage di Gaza, ignorerà il terrore negli occhi dei bambini in attesa dell’ennesimo scoppio. Ci sarà chi passeggerà con gli occhi lucidi tra le baracche dei campi di sterminio ignorando l’Olocausto africano che continua imperterrito. Intanto la terra assorbirà il sangue e le lacrime preparandosi alla prossima “autodifesa”. In questa giornata non si può parlare della violenza subita dal popolo ebraico senza riferirsi a quella che colpisce oggi il popolo palestinese, non si può parlare dei bambini uccisi dal nazismo senza parlare dei bambini palestinesi. Questa giornata dovrebbe ricordarci tutte le tragedie accadute e che ancora avvengono nel mondo come nello Sri Lanka dove l’esercito governativo cingalese ha adottato una linea che ricalca l’operazione israeliana “Piombo fuso” provocando, in sei giorni, la morte di 69 civili e distruggendo l’unico ospedale del distretto.
Navigando su internet mi soffermo su un articolo dove un professore analizza le analogie tra il ghetto di Varsavia e l’assedio a Gaza. Recentemente il cardinale Martino ha definito la striscia di Gaza come un “campo di concentramento” venendo apostrofato dal primo ministro israeliano Ehud Olmert come “degno della migliore propaganda di Hamas”, eppure nessuno ha fatto “muro” a sua difesa come usano i nostri politici da quattro soldi quando hanno bisogno di farsi belli. Come dare torto al cardinale quando le analogie sono fin troppe? La logica che ha portato alla ghettizzazione di Gaza è simile a quella degli ebrei di Varsavia. Rashid Khalidi ha spiegato, in un articolo del New York Times, come “la maggioranza di chi vive a Gaza non è lì per scelta. Un milione e cinquecentomila persone stipate in 140 miglia quadrate fanno parte per lo più di famiglie provenienti dai paesi e dai villaggi attorno a Gaza come Ashkelon e Bersheba. Vi furono condotte dall’esercito israeliano nel 1948”.
Insomma non vennero forse gli ebrei di Varsavia costretti ad ammassarsi in uno spazio ristretto diventando un formicaio? Non venne costruito un muro di cinta come quello di Israele per rinchiudere i palestinesi? Non venne impedito agli ebrei polacchi di uscire dai valichi controllati da posti di blocco militari?
Come detto in precedenza se un tempo si poteva anteporre l’alibi del non sapere ora non ci sono scuse, eppure l’operato israeliano è stato giustificato come “autodifesa”. Ma c’è da chiedersi: come può un paese con il secondo esercito più potente al mondo con caccia F16, drones, carri armati, bombe al fosforo, guide satellitari, bombe al laser e che controlla militarmente i confini della striscia di Gaza da 40 anni, sentirsi “circondato” (questa la sensazione dettata al TG1 da uno scrittore israeliano di cui non ricordo il nome)? Per motivare questa aggressione (senza dimenticare quella del Libano di due anni fa) i dirigenti politici hanno denunciato i missili Qassam che in 8 anni hanno causato 10 morti civili, hanno denunciato un terrorismo (inteso come kamikaze) che non colpisce da 4 anni. Nessuno giustifica Hamas ma non si può ignorare il passato terroristico israeliano denominato Irgun, che tra parentesi, era capeggiato dal padre dell’attuale ministro degli esteri israeliano Livni. Nessuno giustifica Hamas e colpire civili è potenzialmente un crimine di guerra, ma i numeri parlano chiaro e tutti giustificano gli oltre 1300 morti palestinesi (ricordo ancora i 410 bambini), i 5300 feriti, le scuole distrutte, le quattro sedi dell’ONU devastate, la sede dell’UNRWA contenente beni e medicinali di prima necessità per i civili, polverizzata. Nessuno giustifica Hamas, non si potrebbe, ma bisogna essere consapevoli di come e da cosa è nato questo movimento, perché se non si è al corrente degli ultimi 60 anni di storia palestinese non si può comprendere. Anche gli ebrei di Varsavia usarono armi del tutto inadeguate per contrastare gli invasori eppure nessuno può condannare la loro difesa disperata. Nessuno giustifica Hamas ma lo si fa con Israele anche quando Amnesty International lo accusa per crimini di guerra avendo usato il fosforo bianco sui civili, anche quando continua a violare le “Convenzioni di Ginevra”, anche di fronte ad una serie di risoluzioni e sanzioni dell’ONU in gran parte o bloccate dal veto statunitense o completamente ignorate.
Noham Chomsky, uno dei più importanti intellettuali americani, in un’intervista rilasciata pochi giorni dopo il cessate il fuoco, rivela una soluzione sotterrata nel silenzio, di come “la stampa non ne parla ed anche il mondo culturale non ne parla, ma l’accordo è lì ufficialmente dal 1976, con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza proposta dai maggiori stati arabi e appoggiata dall’OLP. Gli Stati Uniti posero il veto mettendo la risoluzione fuori dalla storia” e continua “ogni volta che si legge di Hamas nei giornali, c’è scritto “Hamas, supportato dall’Iran, vuole distruggere Israele”. Prova a trovare una frase che dica “Il partito di Hamas, democraticamente eletto, che chiede un accordo bilaterale”. E riguardo l’Italia aggiungerei, provate a trovare un solo giornale che abbia menzionato l’articolo del Washington Post del luglio 2006 dove spiega che Hamas ha riconosciuto lo stato israeliano.
Israele ha vinto tutte le guerre degli ultimi 60 anni e può vincere anche questa contro una popolazione disarmata. Ogni sua vittoria aumenta il divario tra il popolo ebraico e quello islamico. La domanda è: la lezione che ne ricavano milioni di giovani islamici che assistono allo sterminio dei fratelli palestinesi come verrà assimilata?
Tornando al professore di cui sopra, cito per concludere: “Due popoli due stati,, è una formula che sancisce una disfatta culturale ed etica perché contraddice l’idea – profondamente ebraica - secondo cui non esistono popoli, ma individui che scelgono di associarsi. E soprattutto contraddice il principio secondo cui gli stati non possono essere fondati sull’identità, sul sangue e sulla terra, ma debbono essere fondati sulla costituzione, sulla volontà di una maggioranza mutevole, cioè sulla democrazia”. Guardando l’evoluzione geografica della cartina palestinese, c’è da chiedersi se c’è ancora qualche illuso che fissandola potrà dire che due popoli e due stati siano ancora possibili. Probabilmente si, ma solo con la consapevolezza di recuperare e rivalutare il giusto ruolo della storia, quella vera.

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